09 Gennaio 2026
Viviamo in una società iper-performativa, rumorosa, costantemente accelerata. In questo contesto, lo spazio domestico assume un nuovo ruolo: non quello di stupire, ma di proteggere.
Sempre più persone cercano interni che:
La casa diventa una risposta silenziosa all’eccesso esterno. Un luogo che non amplifica, ma filtra.
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Per anni abbiamo parlato di stili — minimal, industrial, nordico. Oggi queste etichette non bastano più.
Il vero tema è come vogliamo vivere:
Ogni scelta progettuale diventa una dichiarazione implicita. Abitare non è più decorare, ma prendere posizione.

Una casa culturale non è spettacolare. È coerente. Parla attraverso:
Non segue le mode, ma costruisce una narrazione interna: un ritmo quotidiano fatto di pause, transizioni, silenzi.
È una casa che non chiede attenzione, ma la restituisce.
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Questo approccio si inserisce in una tendenza europea più ampia, dove il design torna a dialogare con:
Abitare come atto culturale significa progettare spazi che non siano vetrine, ma luoghi capaci di sostenere la vita reale — con le sue imperfezioni, le sue routine, i suoi cambiamenti.
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Nel 2026, il vero lusso non è l’eccesso, ma la coerenza. Una casa che riflette chi siamo, che ci rappresenta senza bisogno di esibizione, diventa una presa di posizione chiara: contro la fretta, contro il rumore, contro l’idea che tutto debba essere mostrato.
Abitare, oggi, è scegliere da che parte stare.
Interior Designer dal 1985
CEO & Founder, Italian Design in the World
Per anni abbiamo progettato case come se dovessero superare un esame visivo continuo. La luce perfetta, il bianco perfetto, la sedia giusta, il vaso giusto. Spazi più pensati per essere fotografati che abitati. L'estetica digitale — levigata, minimale, iper-ordinata — ha invaso l'interior design con la forza di una norma sociale: se non è "pulito", non è bello; se non è coerente, non è riuscito; se non è mostrabile, non è desiderabile. Nel 2026 questa narrazione sta perdendo potere. Non perché il bello non conti più, ma perché il bello, da solo, non basta. Sta emergendo un bisogno nuovo: interiori anti-algoritmo, spazi che non vivono per lo scatto, ma per la vita quotidiana. Case meno performative e più reali. Ambienti che non cercano approvazione, ma restituiscono energia. Non è un ritorno al disordine. È un ritorno al senso.
Per anni l’open space è stato il simbolo della casa contemporanea: fluida, luminosa, senza barriere. Una risposta diretta al bisogno di libertà, condivisione e ampiezza visiva.Oggi, però, quella promessa mostra i suoi limiti. Nel 2026, sempre più progetti segnano un cambio di rotta: non una negazione dell’open space, ma una sua evoluzione critica. Il ritorno delle soglie.
Nel design contemporaneo, una delle sfide più sottovalutate è il tempo. Non quello necessario a progettare uno spazio, ma quello che lo spazio dovrà attraversare: anni di vita quotidiana, cambiamenti, usura, trasformazioni.
In un periodo in cui la casa è diventata il nostro scenario principale, il design ha iniziato a occuparsi non solo degli spazi, ma dei gesti che compiamo al loro interno. Non più solo funzione, non più solo stile: la vera ricerca oggi riguarda il modo in cui abitiamo il tempo.
Il mondo dei materiali sta vivendo una delle sue trasformazioni più interessanti. Oggi il progresso non si misura più solo nella resistenza o nella durata, ma nella capacità di un materiale di essere tecnico ma leggero, performante ma discreto, sottile ma scultoreo. Le superfici ultra-sottili e i rivestimenti avanzati stanno ridisegnando il ruolo della materia negli interni contemporanei.
Per decenni l’interior design ha celebrato la linea retta, la pulizia assoluta, la geometria razionale. Poi il mondo è cambiato, e con esso le case: più intime, più lente, più introspettive. In questo passaggio, l’attenzione si è spostata verso forme più morbide, accoglienti, emotive. Il 2025 consolida una trasformazione già in atto: curve, archi e volumi pieni tornano a definire il modo in cui abitiamo.