13 Febbraio 2026

Le piattaforme visive hanno cambiato il nostro sguardo. Abbiamo iniziato a valutare gli ambienti come se fossero immagini, non luoghi. Questo sposta il progetto su criteri spesso invisibili ma potentissimi:
Il problema non è Instagram. Il problema è quando l'algoritmo diventa il committente non dichiarato. E allora le case si riempiono di vuoti scenografici: spazi che "respirano" in foto ma risultano freddi, rigidi o scomodi nella realtà.
Il punto è semplice: un ambiente può essere bellissimo e comunque non farti stare bene.
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Viviamo in un mondo pieno di stimoli — notifiche, rumori, velocità, luci artificiali, prestazioni sociali. La casa non può più essere un luogo "da mostrare": deve diventare un luogo da recuperare.
Ecco perché oggi il lusso non è un oggetto costoso, ma un insieme di qualità sottili:
È un design che non chiede attenzione: la restituisce.
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"Non instagrammabile" non vuol dire brutto. Vuol dire che lo spazio non è pensato per essere compreso in un colpo d'occhio. Ha bisogno di tempo. E questo è già un atto culturale.
Un interno anti-algoritmo spesso ha queste caratteristiche:
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Oggi invece la materia torna a fare ciò che sa fare meglio: creare sensazioni. Non solo "bello" da vedere, ma "giusto" da vivere.
La casa diventa più umana perché diventa più fisica.
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Ecco alcune scelte concrete:
La casa non deve "colpire". Deve reggere.
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C'è una cosa che l'interior design sta finalmente reimparando: una casa non è una performance. È un ecosistema emotivo, un luogo dove si accumula tempo.
L'estetica del futuro non sarà più quella dell'impatto immediato. Sarà quella della durata. Spazi che non devono essere continuamente aggiornati, ma semplicemente vissuti.
Nel 2026, la vera eleganza non è essere perfetti. È essere abitabili.
Interior Designer dal 1985
CEO & Founder, Italian Design in the World
Per anni l’open space è stato il simbolo della casa contemporanea: fluida, luminosa, senza barriere. Una risposta diretta al bisogno di libertà, condivisione e ampiezza visiva.Oggi, però, quella promessa mostra i suoi limiti. Nel 2026, sempre più progetti segnano un cambio di rotta: non una negazione dell’open space, ma una sua evoluzione critica. Il ritorno delle soglie.
Nel design contemporaneo, una delle sfide più sottovalutate è il tempo. Non quello necessario a progettare uno spazio, ma quello che lo spazio dovrà attraversare: anni di vita quotidiana, cambiamenti, usura, trasformazioni.
Negli ultimi anni, la casa ha smesso di essere un semplice contenitore funzionale. È diventata un’estensione del nostro modo di pensare, di vivere il tempo, di relazionarci con il mondo. Abitare oggi è un atto culturale: una scelta che riflette valori, priorità, ritmo di vita. Non si tratta più solo di estetica, ma di posizione.
In un periodo in cui la casa è diventata il nostro scenario principale, il design ha iniziato a occuparsi non solo degli spazi, ma dei gesti che compiamo al loro interno. Non più solo funzione, non più solo stile: la vera ricerca oggi riguarda il modo in cui abitiamo il tempo.
Il mondo dei materiali sta vivendo una delle sue trasformazioni più interessanti. Oggi il progresso non si misura più solo nella resistenza o nella durata, ma nella capacità di un materiale di essere tecnico ma leggero, performante ma discreto, sottile ma scultoreo. Le superfici ultra-sottili e i rivestimenti avanzati stanno ridisegnando il ruolo della materia negli interni contemporanei.
Per decenni l’interior design ha celebrato la linea retta, la pulizia assoluta, la geometria razionale. Poi il mondo è cambiato, e con esso le case: più intime, più lente, più introspettive. In questo passaggio, l’attenzione si è spostata verso forme più morbide, accoglienti, emotive. Il 2025 consolida una trasformazione già in atto: curve, archi e volumi pieni tornano a definire il modo in cui abitiamo.