Per molto tempo l’interior design ha parlato quasi esclusivamente alla vista. Colori, forme, superfici, composizione. Il progetto veniva giudicato (e spesso premiato) per la sua capacità di apparire: più pulito, più fotografabile, più “risolto”. Oggi questa logica mostra i suoi limiti. Perché la casa non è un’immagine. È un ambiente che ci avvolge ore e ore al giorno. Un sistema di stimoli continui che influenza attenzione, energia, tono dell’umore, qualità del riposo.
Per anni l’open space è stato il simbolo della casa contemporanea: fluida, luminosa, senza barriere. Una risposta diretta al bisogno di libertà, condivisione e ampiezza visiva.Oggi, però, quella promessa mostra i suoi limiti. Nel 2026, sempre più progetti segnano un cambio di rotta: non una negazione dell’open space, ma una sua evoluzione critica. Il ritorno delle soglie.
Nel design contemporaneo, una delle sfide più sottovalutate è il tempo. Non quello necessario a progettare uno spazio, ma quello che lo spazio dovrà attraversare: anni di vita quotidiana, cambiamenti, usura, trasformazioni.
Per oltre un decennio, il minimalismo ha dominato il linguaggio dell’interior design. Spazi bianchi, superfici lisce, pochi oggetti accuratamente selezionati. Un’estetica nata come reazione all’eccesso, che ha portato ordine, respiro e disciplina visiva.
Negli ultimi anni, la casa ha smesso di essere un semplice contenitore funzionale. È diventata un’estensione del nostro modo di pensare, di vivere il tempo, di relazionarci con il mondo. Abitare oggi è un atto culturale: una scelta che riflette valori, priorità, ritmo di vita. Non si tratta più solo di estetica, ma di posizione.
In un periodo in cui la casa è diventata il nostro scenario principale, il design ha iniziato a occuparsi non solo degli spazi, ma dei gesti che compiamo al loro interno. Non più solo funzione, non più solo stile: la vera ricerca oggi riguarda il modo in cui abitiamo il tempo.